Introduzione
L’entrata in vigore del regime generale dell’AI Act, dal 2 agosto 2026, sta cambiando qualcosa di più profondo delle sole prassi operative degli studi legali. L’AI Act sta ridisegnando il profilo professionale richiesto agli avvocati.
Se fino a qualche anno fa l’intelligenza artificiale era percepita come uno strumento accessorio, oggi la sua adozione impone competenze nuove, spesso ibride, che non rientravano nei percorsi formativi tradizionali.
La domanda che si stanno ponendo molti studi legali non è più “se” adottare l’AI, ma “chi” sappia utilizzarla correttamente, verificarla, governarla e spiegarla al cliente.
Cos’è l’AI Act
L’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) è il primo quadro normativo organico al mondo sull’intelligenza artificiale. È stato adottato dall’Unione Europea ed è entrato in vigore il 1° agosto 2024, con applicazione graduale a scaglioni successivi fino al 2027.
Questa norma pone due obblighi precisi ai professionisti. Il primo è che l’intelligenza artificiale può essere utilizzata solo per attività strumentali e di supporto, mentre deve restare prevalente il lavoro intellettuale oggetto della prestazione. Il secondo obbligo riguarda le informazioni sui sistemi di AI utilizzati, le quali vanno comunicate al cliente con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.
AI Act e avvocati: cosa cambia in concreto
Il primo effetto pratico riguarda la conoscenza degli strumenti utilizzati. Nella maggior parte dei casi lo studio legale agisce come utilizzatore professionale, definito dall’AI Act come “deployer“, mentre il sistema è sviluppato e commercializzato da un fornitore esterno.
Il primo adempimento consiste dunque nel predisporre un inventario degli strumenti in uso. Per ciascun servizio vanno individuati il fornitore, la versione utilizzata, le finalità, le categorie di dati inseriti, i tempi di conservazione, la localizzazione dei server e l’eventuale riutilizzo dei contenuti per l’addestramento del modello.
Gli obblighi di trasparenza del 2 agosto 2026 riguardano poi fattispecie specifiche. Nel caso di chatbot o assistenti virtuali destinati a interagire con le persone, il sistema deve rendere evidente che l’interlocuzione avviene con un’intelligenza artificiale. Inoltre, lo studio che utilizza tali strumenti sul proprio sito deve assicurarsi che questa informazione sia adeguatamente comunicata agli utenti.
Un punto delicato riguarda i testi generati con l’ausilio dell’AI. Quando pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse generale, la provenienza artificiale va resa nota, a meno che il contenuto sia stato sottoposto a un effettivo processo di revisione umana o di controllo editoriale, con una persona che se ne assume la responsabilità. Non serve quindi etichettare automaticamente ogni parere o approfondimento realizzato con supporto AI, ma il controllo umano deve essere concreto e dimostrabile.
Su questo fronte, la responsabilità professionale resta un tema centrale. L’avvocato è chiamato a verificare, valutare criticamente e, ove necessario, rielaborare i contenuti prodotti dal sistema, così da prevenire errori ed evitare eventuali sanzioni.
Non è un rischio teorico: nel settore legale si sono già registrati casi di provvedimenti giudiziari che hanno sanzionato l’uso di massime o citazioni giurisprudenziali inesistenti, generate dall’AI e non verificate prima del deposito in giudizio.
Dall’uso dell’AI alla sua governance: le competenze che fanno la differenza
Il primo equivoco da sfatare è che utilizzare bene l’intelligenza artificiale in ambito legale equivalga a saper formulare un buon prompt. Nella pratica professionale l’AI non è uno strumento che restituisce automaticamente un risultato affidabile. Restituisce, infatti, un output plausibile, che va inquadrato, verificato e integrato con competenze giuridiche solide.
Uno studio legale che cerca oggi un collaboratore capace di “usare l’AI” non sta cercando qualcuno che sappia digitare istruzioni efficaci, ma qualcuno che sappia riconoscere quando l’output è corretto, quando è incompleto e quando è semplicemente sbagliato.
Pensiero critico: saper verificare prima di fidarsi
L’intelligenza artificiale automatizza le attività ripetitive e libera tempo, ma mostra i suoi limiti fisiologici proprio nelle decisioni complesse. Più aumenta la complessità di una decisione, più diventa evidente che l’AI opera su precedenti e probabilità. Al contrario, il lavoro legale richiede spesso la gestione di situazioni senza precedenti, ambigue o ad alta componente reputazionale.
È qui che si colloca la competenza più richiesta in assoluto: il pensiero critico applicato alla verifica degli output. Non si tratta di una capacità tecnologica, ma di una competenza giuridica rafforzata che include abilità di analisi delle fonti, controllo delle citazioni su banche dati ufficiali, valutazione della coerenza normativa.
L’AI Act per gli avvocati rende ancora più centrale la verifica degli output generati dall’intelligenza artificiale: affidarsi ciecamente a questi strumenti per la redazione di atti espone infatti a rischi concreti
Tra diritto e tecnologia: nuove competenze ibride

Il secondo asse di ricerca riguarda le cosiddette competenze ibride. Gli studi legali non cercano necessariamente informatici prestati al diritto, né avvocati puramente tradizionali: cercano professionisti capaci di muoversi con disinvoltura su entrambi i piani.
Questo significa comprendere, almeno a un livello base, come funziona un sistema di AI generativa, quali sono i suoi limiti strutturali e come vengono trattati i dati che gli vengono forniti. Ma anche quali rischi comporta l’uso di uno strumento generico rispetto a uno verticale, addestrato su fonti certificate e specializzato in una materia specifica.
Non sorprende che nel mercato attuale sta emergendo con forza la figura del Legal Innovation Officer (o AI Officer). Esso viene inserito stabilmente negli organici interni delle law firm più strutturate e delle direzioni legali aziendali — come dimostrano i modelli di Chiomenti o BonelliErede — oppure offerto come servizio di consulenza esterno dagli studi specializzati in materia (come LCA Studio Legale).
Questa trasformazione punta a massimizzare l’efficienza gestionale delegando all’AI i compiti ripetitivi. Ne consegue la necessità di un profilo manageriale ‘ibrido’ e multidisciplinare, capace di governare i sistemi tecnologici e, al contempo, garantire il rigido principio di human oversight richiesto dall’AI Act agli avvocati.
AI Act e avvocati: governance e compliance per un uso responsabile dell’AI
L’AI Act, insieme alla legge italiana 132/2025 sull’intelligenza artificiale, ha reso la conoscenza normativa sulla materia una competenza professionale a sé stante. Non basta più conoscere il diritto sostanziale della materia in cui si esercita: occorre sapere come si applica l’AI Act agli avvocati e allo studio legale stesso, in quanto utilizzatore professionale di sistemi di AI.
Questo significa saper costruire un inventario degli strumenti utilizzati, saper redigere una policy interna, saper predisporre una clausola informativa per il cliente conforme all’obbligo previsto dalla legge italiana, saper gestire la tutela dei dati personali e del segreto professionale nel rapporto con i fornitori tecnologici.
Gli studi legali più attenti stanno quindi selezionando, o formando internamente, professionisti capaci di presidiare questo ambito di compliance interna – ovvero l’AI Officer – una competenza che unisce diritto della protezione dei dati, diritto dell’intelligenza artificiale e capacità organizzativa.
IA Act e giovani avvocati: l’AI elimina la gavetta o la trasforma?
Un aspetto interessante riguarda proprio le nuove opportunità che l’AI offre agli avvocati a inizio carriera. Se in passato gran parte del tempo dei giovani collaboratori veniva assorbito da attività di routine ad alta intensità di testo, come revisione documentale, ricerca di base, redazione di bozze standard. Oggi molte di queste attività vengono in parte gestite dagli strumenti di AI.
Questo non significa che il ruolo del giovane professionista si ridimensioni, ma che assuma una natura diversa. Le competenze su cui puntare sono proprio quelle in cui l’intelligenza artificiale mostra i suoi limiti strutturali: capacità di lettura critica dei documenti, comunicazione efficace con clienti e controparti, gestione delle scadenze e dei casi, padronanza consapevole degli strumenti di AI unita a una solida capacità di supervisione, gestione della conoscenza e dei dati dello studio.
Sono competenze che acquistano un valore crescente proprio in un contesto in cui l’automazione riduce il peso delle attività puramente esecutive e rende sempre più centrale il contributo umano nelle fasi di analisi, valutazione e supervisione.
Formazione AI per avvocati: da vantaggio competitivo a obbligo
Non va dimenticato che, sul piano strettamente normativo, l’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale è già un obbligo.
L’articolo 4 dell’AI Act impone a fornitori e utilizzatori professionali di adottare misure affinché il personale possieda competenze adeguate, tenendo conto delle conoscenze tecniche, dell’esperienza, della formazione e del contesto di utilizzo.
Questo significa che, per uno studio legale, la formazione sull’AI per gli avvocati non è più un investimento facoltativo per restare competitivi, ma un adempimento di legge, la cui assenza può incidere anche sulla valutazione della diligenza professionale in caso di contenzioso o procedimento disciplinare.
Conclusione
Le competenze che gli studi legali stanno cercando in questa fase non riguardano tanto la capacità di “usare l’intelligenza artificiale“, quanto la capacità di governarla con giudizio professionale: saper verificare, contestualizzare, spiegare al cliente e costruire processi organizzativi conformi alla normativa.
È un profilo che unisce competenza giuridica tradizionale, alfabetizzazione tecnologica e capacità di compliance, e che difficilmente si costruisce solo con l’esperienza sul campo, senza un investimento consapevole in formazione.
In un mercato legale in cui l’intelligenza artificiale si sostituisce sempre più facilmente al lavoro operativo, il valore non sta più nel saper fare una domanda all’AI, ma nel saper cosa fare con la risposta. L’AI Act ridefinisce le competenze richieste agli avvocati, rendendo centrali la governance dell’intelligenza artificiale, la trasparenza e la supervisione umana.
Bibliografia
- Regolamento (UE) 2024/1689, EUR-Lex
- AIPIA, Guida all’AI Act: la normativa europea sull’intelligenza artificiale
- LEGGE 23 settembre 2025, n. 132
- A. Cugini, AI Act e avvocati: cosa cambia dal 2 agosto 2026, CF News (Cassa Forense), 5 agosto 2026
- Thomson Reuters Institute, Corporate Legal Departments See Use Cases for generative AI & ChatGPT, New Report Finds
- LCA Studio Legale, Intelligenza Artificiale
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Domande frequenti
Dal 2 agosto 2026 viene reso operativo il regime generale dell’AI Act, in particolare gli obblighi di trasparenza che richiedono un uso consapevole, trasparente e documentato degli strumenti. Lo studio deve sapere quali sistemi usa, con quali dati e sotto la supervisione di chi.
Lo studio deve: predisporre un inventario degli strumenti di AI in uso; predisporre e seguire una policy interna e una procedura di verifica degli output; predisporre una clausola informativa per il cliente e la formazione del personale; verificare che i chatbot presenti sul sito indichino chiaramente che l’utente sta interagendo con un’AI.
Sì. L’obbligo deriva dall’art. 13 della legge italiana 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, e viene riconfermato dall’AI Act. Le informazioni sui sistemi utilizzati vanno comunicate al cliente con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo, e l’AI può essere usata solo per attività strumentali e di supporto, mentre deve restare prevalente il lavoro intellettuale del professionista.
Le competenze più richieste sono il pensiero critico applicato alla verifica delle fonti, le competenze ibride tra diritto e tecnologia e le competenze di governance e compliance, cioè inventario degli strumenti, policy interne, tutela dei dati e del segreto professionale. La formazione non è facoltativa: l’art. 4 dell’AI Act impone già a fornitori e utilizzatori professionali di garantire un’adeguata alfabetizzazione del personale.






