Quando il lavoro agile ci sta stretto

La persistenza della memoria

In questo periodo il termine smart working risulta inflazionato. Tutti ne parlano.

E non potrebbe essere altrimenti: si stima che il 72% delle imprese si sia attrezzato in tempi rapidi per mettere a disposizione mezzi e strumenti per permettere ai propri collaboratori di proseguire il lavoro da remoto, dopo l’entrata in vigore del DPCM del 22 Marzo (Fonte: Infojobs).

Ma questa modalità di lavoro è realmente smart working? Siamo sicuri che non si tratti di altro?

A livello normativo, in Italia, lo smart working è definito come una modalità flessibile di prestazione lavorativa, finalizzata ad “incrementare la competitività” e ad “agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”, che si realizza mediante “accordo tra le parti” (Fonte: Altalex).

Proprio il presupposto di flessibilità, che connota lo smart working, in questo periodo, è venuto meno perché per molti lavorare da casa è l’unica possibilità concessa per proseguire con il proprio operato: ciò fa sì che questo si presti più ad essere definito Telelavoro, o Work from Home.

L’attuale modalità di lavoro, infatti, risulta imposta dall’alto e ciò fa cadere la condizione di “accordo tra le parti”, secondo cui viene definito il lavoro agile: accettare il telelavoro è l’unica opzione possibile, pena la sospensione pressoché totale delle attività, con tutto ciò che ne consegue.
A seguito di questo, la vita lavorativa viene forzatamente sovrapposta alla vita privata; infatti non abbiamo realmente la possibilità di gestire il nostro tempo in maniera attiva, ma siamo costretti a “subire” passivamente il trascorrere della giornata. Se nella normalità abbiamo la possibilità di separare, anche fisicamente, il tempo passato in azienda e quello impiegato per le nostre attività personali, questo ora non ci è concesso: siamo bloccati in casa, collocati in una quotidianità che si riproduce continuamente in modo uguale a se stessa.

Quali spunti di riflessione offre questa situazione in merito alle prospettive future? 

Questa condizione ci sta costringendo alla precoce attuazione di un’evoluzione teoricamente prospettata ma mai realmente perseguita.
Fino ad ora, infatti, lo smart working ha avuto uno scarso grado di priorità nell’ambito delle procedure organizzativo-funzionali delle Aziende italiane, che spesso non hanno ovviato ai deficit tecnici ma soprattutto culturali ostacolandone così l’attuazione.

Ogni cambiamento nella gestione e nell’esperienza del proprio lavoro porta inevitabilmente qualche forma di resistenza, poiché le certezze della routine e delle vecchie maniere tendono a prevalere. Per attenuare tale tendenza, è quindi necessaria una forte motivazione o un’imposizione di qualche tipo, come è avvenuto nell’ultimo periodo di quarantena.

Nonostante le difficoltà e le resistenze, in questo periodo molte aziende si stanno rendendo conto, più o meno consapevolmente, di quanto lo smart working sia comunque possibile. L’avvento improvviso e casuale di questo drammatico periodo può dunque essere visto come un test non programmato, utile a scardinare le resistenze culturali alle abitudini e a catalizzare il processo di accettazione.
Sicuramente, dopo una revisione delle infrastrutture tecniche ed organizzativo-culturali sarà più facile organizzare il lavoro in maniera agile.
Dal punto di vista tecnico, l’isolamento ha promosso in molte realtà l’investimento in strumentazioni atte al lavoro da remoto e, a livello di Paese, il potenziamento delle infrastrutture tecnologiche (es. banda larga). Dal punto di vista organizzativo, però, c’è ancora bisogno di implementare dei modelli organizzativi differenti, creati sulla base di nuovi canoni di flessibilità e libertà di gestione “spazio-temporale” del lavoro. Occorre riadattare prassi e policy aziendali per favorire una maggiore autonomia, non solo nella gestione delle mansioni ma anche, più nel profondo, rispetto alla percezione della propria professione, concependo il proprio ruolo come slegato dai “confini dell’ufficio”, i quali sono spesso più mentali che fisici.

Ciò è fondamentale per non rischiare che l’unica differenza rispetto al lavoro tradizionale sia la mera assenza dell’ufficio e dei colleghi, soprattutto adesso che ci avviamo verso un mondo del lavoro sempre più improntato sullo smart working. 
Ma che sia davvero smart!

Andrea Scolari, Calogero Cilibrasi